50 FRESU | 13 giugno (di Paolo Fresu)

13 giugno (di Paolo Fresu)

13/06/2011

A Berchidda siamo andati a letto tardi. Nonostante il vento freddo di maestrale molti si sono fermati a bere qualcosa nel bar da noi allestito con dietro la vecchia caldaia arrugginita ed illuminata. Cinzia offre vermentino, mirto e birre ed io arrivo con la torta del compleanno e la offro ai rimasti.

L’appuntamento a Nuoro è alle 18 perché il Direttore dell’Isre Paolo Piquereddu mi ha chiesto di fare un incontro con il pubblico. Una chiacchierata informale sui temi della cultura, della musica, della lingua e della memoria visto che si è appena concluso il festival Etnu organizzato in collaborazione con Simbidea e la Società Italiana per la Museografia e i beni Demoetnoantropologici.

Quest’anno il festival sarà incentrato particolarmente sui 150 anni dell’Italia e al suo interno verrà presentato il progetto per il riconoscimento della Poesia Estemporanea come patrimonio dell’umanità.

E’ su questi temi che si svolge la chiacchierata con Paolo Piquereddu e poi con le persone presenti. Disquisiamo per l’appunto sulla memoria, sul nuovo senso della cultura in Sardegna, sul valore dell’artigianato, sul senso dell’arte nell’isola.

Paolo mi chiede quali sono, secondo me, le tre cose che salverei dopo uno tsunami per portarle nel futuro a testimoniare la Sardegna.

Ci penso un attimo e rispondo: la pecora, la lingua, la musica. La gente ride, soprattutto per la pecora. Giusto, ma provo ad articolare un pensiero credibile. La pecora perché se uno pensa alla Sardegna pensa alla pecora e perché la pecora è l’animale che ha attraversato la storia della nostra isola nel bene e nel male. La pecora è il latte e il formaggio. Ma la pecora è anche la cultura agro-pastorale e ha suggerito la costruzione della società agro-pastorale. Ma pecora è anche sinonimo di contemporaneità spesso complessa e anche creativa. Ad esempio la pecora è la sua lana che oggi si usa in un modo nuovo nell’edilizia moderna ma la pecora è anche l’immagine dei pastori sardi picchiati a Civitavecchia perché protestano sulla politica del prezzo del latte.

Se l’Irlanda ha fatto dell’arpa celtica il segno distintivo il nostro dovrebbe essere o la pecora o, per rimanere in tema di musica, dovrebbero essere le launeddas perché nessun altro posto al mondo le ha mentre di pecore, seppure non come le nostre, ce ne sono.

Insomma, dovessimo togliere i quattro mori dalla bandiera metterei una pecora e una launeddas!

Dunque la musica al secondo posto nella graduatoria delle cose da salvare e poi la lingua che rappresenta tutto e che è il suono ancestrale.

Fabio Calzia poi mi chiede se non ho la responsabilità di essere l’ambasciatore della musica sarda nel mondo e io rispondo che non voglio esserlo perché la responsabilità della veicolazione della nostra cultura musicale fuori dall’Isola deve essere dei nostri politici, che non sono mai stati in grado di creare un percorso capace di aiutare non solo la produzione musicale isolana, ma anche di veicolarla verso l’esterno come invece hanno fatto tanti altri.

Aggiungo però che è anche vero che noi artisti non siamo uniti e che dunque forse è anche per questo che le cose non vanno bene.

Fabio Calzia mi dice anche che alcuni musicisti sardi non sono contenti che io faccia un tour di 50 concerti nei Comuni dell’Isola perché questo significa togliere lavoro potenziale a loro e io rispondo che ognuno fa quello che sa fare e quello che conosce a patto che lo faccia con coscienza e spendendo tutto sé stesso non solo nella musica ma su quello che la musica può raccontare per migliorarci dentro e fuori. Dunque se loro dimostreranno di fare meglio di me quello che stiamo facendo io mi metterò da parte ma non prima di avere visto il risultato di quelli che parlano.

Il concerto di questa sera con Gianmaria Testa, Roberto Cipelli, Attilio Zanchi e Philippe Garcia si tiene nel cortile di Casa Ruiu, a due passi dalla casa di Grazia Deledda, dove ogni anno teniamo molti dei concerti dei Seminari che in città dirigo da 23 anni.

Questo posto è incredibile. Incredibile non solo per la sua bellezza ma perché nessuno, (neanche i nuoresi) lo conosce! Piquereddu sa che ho insegnato a Gianmaria la “Ninna Nanna” di Antoni Istene con il testo di Montanaru ed è contento perché quel brano rappresenta l’anello di giunzione con il festival Etnu e con Nuoro. La produzione originale “Ethnografie” da lui commissionatami per i trentanni dell’Irse nel 2002 era l’inizio di un percorso che ci ha portati fin qui.

“Ethnografie” portava un sottotitolo che era “Dialoghi da Un’isola/Negossios dae un’isula”. Negossios è una parola di origine spagnola, come molte nella lingua sarda, che mi piace molto. Negoziare significa scambiare, parlare, discutere, comunicare. Gianmaria legge Pavese con noi che lo accompagniamo e canta il Ferrè di “Les Poètes” e il Tenco di “Mi sono innamorato di te” ma canta anche sé stesso con un pubblico di tutte le età seduto nel prato di Casa Ruiu.

In sala c’è anche Giampaolo Mele che è il Direttore del Coro Ortobene. So che lui rivendica la paternità melodica della “Ninna Nanna di Antoni Istene” che si pensa essere un brano tradizionale. Mentre presento il brano lo dico sapendo che a Giampaolo farà di certo piacere.

Alla fine del concerto ci ritroviamo al solito bar del Corso e io sono carico di amaretti, dolci finemente lavorati a forma di cuore e giocattoli per bambini fatti a mano da un signore di cui non ricordo il nome. Gli amaretti e i dolci invece me li ha portati una eccentrica signora che da anni viene a seguire i concerti in Casa Deledda durante i Seminari estivi e quando non ha dolci da regalare porta una foglia di menta o un fiore perché è più importante il pensiero.

A Nuoro sono di casa e loro mi fanno sentire a casa. Non più che altrove ma un po’ più che altrove.

Paolo Fresu

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